Cosa è successo alla Cop 30?

Dal 10 al 21 novembre 2025 (con i negoziati proseguiti fino al 22 novembre), a Belém, in Brasile, si è tenuta la COP30 con l’obiettivo di coordinare l’azione internazionale sul clima e monitorare l’attuazione degli impegni assunti dagli Stati nell’ambito dell’Accordo di Parigi. La conferenza si è svolta in un momento storico segnato dall’intensificarsi della crisi climatica globale e in un contesto geopolitico attraversato da conflitti armati.

Uno dei principali argomenti affrontati, promosso dalla Colombia, è stato il riconoscimento dell’Amazzonia come santuario globale. Questa proposta si è affiancata alle istanze portate avanti dai popoli indigeni, che hanno richiesto l’arresto immediato delle esplorazioni e delle trivellazioni petrolifere nella regione, insieme a rivendicazioni relative al riconoscimento dei diritti umani e dei popoli originari nei processi decisionali in materia climatica.

Parallelamente ai negoziati ufficiali, al di fuori degli spazi istituzionali della COP, si è svolta la Cúpula dos Povos. Il controvertice ospitato dall’Universidade Federal do Pará, che ha denunciato apertamente la distanza tra le promesse negoziali e l’effettiva capacità di azione dei governi sul piano climatico. In questo contesto è stata rilanciata la proposta del Belém Action Mechanism (BAM), sostenuta da circa mille organizzazioni della società civile internazionale, volta a rendere permanente, all’interno del sistema ONU, il Just Transition Work Programme avviato alla COP28. L’iniziativa mira a garantire la tutela di lavoratori, economie e comunità nei processi di transizione climatica e si inserisce in un quadro giuridico internazionale in evoluzione, rafforzato dal parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, del luglio 2025, che ha riaffermato l’obbligo degli Stati di adottare misure immediate e ambiziose contro la crisi climatica.

Tuttavia, in mancanza di consenso tra le parti, il BAM ha trovato solo un riconoscimento parziale nel più ampio pacchetto finale del “Mutirão”, con una configurazione distante dall’impostazione trasformativa promossa dalla società civile e priva di carattere vincolante.

Durante le negoziazioni tra gli stati, sono subito emerse due criticità. Da un lato la crescente fragilità dell’IPCC, indebolito dai tagli ai finanziamenti e dalla chiusura del gruppo di supporto tecnico decretato dall’amministrazione Trump, con effetti diretti sulla tempistica di pubblicazione del prossimo rapporto, in vista del Global Stocktake della COP33. Dall’altro, il rafforzamento dell’influenza delle lobby dei combustibili fossili nei processi decisionali.

Infatti, secondo i dati raccolti da KBPO, alla COP30 un delegato su venticinque era riconducibile all’industria fossile, spesso accreditato all’interno delle delegazioni nazionali e quindi dotato di potere negoziale. A tal proposito, secondo un’analisi di InfluenceMap, il 64,5 per cento delle narrative fuorvianti sul dibattito energetico globale è diffuso direttamente dai CEO delle aziende oil & gas.

Parallelamente, secondo il Global Carbon Project, le emissioni globali di gas serra hanno continuato ad aumentare anche nel 2025, evidenziando l’inefficacia dell’azioni intraprese. Ma l’incremento delle emissioni non è l’unica notizia drammatica. Infatti, come documentato dal Buzios Scientific Statement, il superamento della soglia di 1,5°C è ormai inevitabile, con impatti irreversibili e sistemici che evidenziano il fallimento collettivo dell’azione umana sul clima.

Questa lettura è stata confermata dal segretario generale dell’ONU, António Guterres, che ha parlato della normalizzazione del superamento di 1,5°C come nuovo orizzonte di riferimento, sottolineando l’urgenza di riduzioni rapide per evitare i punti di non ritorno, in particolare per i paesi del Pacifico.

L’aggravarsi della crisi climatica ha messo in evidenza che adattamento, mitigazione e finanza climatica sono dimensioni strettamente interconnesse, e trattarle separatamente è una scelta politica. Il Global Goal on Adaptation è di conseguenza, diventato uno dei punti più conflittuali del negoziato, con la definizione degli indicatori bloccata da squilibri di potere tra i paesi.

Come per il GGA, anche il dibattito sui sistemi alimentari e sul loro impatto ha subito rallentamenti. Il dialogo legato allo Sharm el-Sheikh Joint Work on agriculture and food security è stato sospeso e rimandato ai negoziati intermedi di Bonn e alle prossime COP, nonostante il peso crescente del settore sulle emissioni globali. Il rinvio è avvenuto mentre, a Belém erano presenti circa 300 lobbisti dell’agrobusiness, di cui un quarto accreditato (quindi con potere negoziale) all’interno delle delegazioni ufficiali dei paesi.

CONCLUSIONI

La COP30 di Belém si è conclusa il 23 novembre con un pacchetto di decisioni che ha rafforzato strumenti volontari e poco ambiziosi.

Tra i principali risultati figura il Global Mutirão, un testo di compromesso che richiama l’obiettivo di cooperazione collettiva, introducendo due strumenti volontariil Global Implementation Accelerator e la Belém Mission to 1.5°C — orientati ad accelerare l’attuazione degli NDC e dei piani di adattamento, ma senza garanzie concrete sui mezzi di attuazione.

La parte finale del Mutirão contiene l’annosa questione della finanza per l’adattamento. Nel documento (punti 51 e 53) è inserita una “call for efforts to at least triple adaptation finance by 2035“. Tuttavia, trattandosi di un invito non vincolante, la decisione istituisce solamente un Work Programme biennale (punto 54) sulla finanza climatica. Inoltre, 59 indicatori del Global Goal on Adaptation (GGA) sono stati adottati, ma anche questi hanno carattere volontario.

E’ stato lanciato il Tropical Forest Forever Facility (TFFF), con circa 6,7 miliardi di dollari raccolti, anche se manca una roadmap negoziata per arrestare e invertire la deforestazione nel testo finale.

Uno dei conflitti centrali ha riguardato la transizione dai combustibili fossili. 82 paesi si sono espressi favorevoli a una Roadmap di phase‑out dai fossili, 24 di questi hanno sottoscritto la Belém Declaration on the Just Transition Away from Fossil Fuels, impegnandosi per una transizione equa e ordinata.

Il confronto sulla transizione energetica ha investito il linguaggio stesso del negoziato. A tal proposito, la decisione finale del Global Mutirão non contiene alcun riferimento esplicito ai combustibili fossili. Questa assenza è il risultato dell’opposizione coordinata di specifici blocchi negoziali, in particolare del gruppo arabo – composto da 22 paesi e presieduto dall’Arabia Saudita – e dei Like-Minded Developing Countries (LMDCs), che riuniscono 25 paesi sotto la presidenza dell’India. Entrambi i blocchi si sono opposti all’inclusione di qualsiasi menzione ai combustibili fossili nel testo negoziale, evitando così di aprire la strada a impegni, tempistiche e obblighi operativi legati alla loro progressiva eliminazione.

La COP30 ha mostrato come il multilateralismo climatico continui a muoversi su un percorso limitato. Nonostante l’aggravarsi delle condizioni ambientali e l’irreversibilità di alcuni impatti, le decisioni hanno privilegiato strumenti volontari, rinvii procedurali e compromessi linguistici, senza affrontare direttamente le cause strutturali della crisi climatica.